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Mattia Preti

Mattia Preti
Catanzaresi DOC:
Mattia Preti nasce a Taverna (CZ) il 24 febbraio 1613 e muore a La Valletta il 3 gennaio 1699.
Detto il Cavaliere Calabrese, Mattia Preti fu pittore dai forti toni accesi e drammatici Fin dagli esordi subi l'influenza di Caravaggio ed, in seguito, quella del Guercino. Studiò a Roma (1630 e, a più riprese dal '33 al '55) l'opera di Lanfranco, Poussin e Pietro da Cortona, mentre a Napoli (1656) definì il suo stile in modo più personale all'interno del realismo figurativo vigente in quella città.
Negli affreschi (1650-51) di Sant'Andrea della Valle a Roma, mostrò interesse anche per la pittura di Domenichino. Esegui` anche gli affreschi di Palazzo Doria-Pamphili di Valmontone (1658-61) e numerose tele nelle chiese della natia Taverna (1672). Nel 1642 diventò cavaliere dell'Ordine gerosolimitano di Malta, paese dove operò per circa quarant'anni fino all'anno della morte.
"Poi Gesù (...) andò nella regione vicino alla città di Tiro. Entrò in una casa (...) venne una donna che aveva sentito parlare di Lui e gli si gettò ai piedi (...). Questa donna però non era ebrea (...) pregava Gesù di scacciare il demonio da sua figlia. Gesù le disse: "lascia che prima mangino i figli, perché non è giusto prendere il pane dei figli e buttarlo ai cani". Ma la donna rispose: "È vero, Signore, però sotto la tavola i cagnolini possono mangiare almeno le briciole". Allora Gesù le disse: "Hai risposto bene. Torna a casa tua: lo spirito maligno è uscito da tua figlia"" (Mr 7, 24-29; Mt 15, 21-28).
L'episodio evangelico è narrato con gesti e sguardi: i due apostoli attoniti guardano la donna, che indica a Cristo il cane, perno della metafora. Il gioco delle espressioni realizza egregiamente un intenso e silenzioso dialogo fra i personaggi.
Il dipinto è stato segnalato, per la prima volta sul mercato antiquario londinese, da Aldo Ceccarelli (1981-1982) e dopo l'acquisto è stato studiato da Anna Coliva in occasione della mostra romana del 1985-1986. In quella occasione la studiosa rilevava i legami con gli stilemi del Guercino (1591-1666) e con le suggestioni formali emiliane e neovenete, rintracciando affinità di ricerca con quanto Luca Giordano (1634-1705) stava svolgendo a Napoli, attorno alla fine degli anni '50 del Seicento. Di conseguenza la Coliva datava l'opera proprio in quegli anni.
Vittorio Savona (1990), pur rimarcando la lettura formale, propendeva a spostare la datazione del dipinto di almeno un decennio, ascrivendolo al soggiorno maltese del pittore.
Nel caso in questione sono ancora presenti le soluzioni formali adottate da Mattia nei suoi dipinti murali di Modena, specie l'eccessiva chiarezza della pittura. Bello è lo sfondo del cielo - di un cobalto intenso striato da dense nuvole biancastre - che completa la luminosità vibrante degli accordi tonali dei colori.
Tali indirizzi, anche se contemplano le contemporanee ricerche del Giordano, non si giustificano, tuttavia, solo in esse.
La particolare scelta compositiva è usata in modo ricorrente nella produzione del Preti che la ripropone in tutte le impaginazioni possibili. Al momento sono conosciute solo altre due varianti del soggetto di questa tela cosentina: una nella Stadtgalerie di Stoccarda, l'altra nella Galleria Regionale di Palermo, della quale si custodisce un disegno che di recente è stato considerato apocrifo.
Le apparizioni di Gesù risorto agli Apostoli sono raccontate dai Vangeli sinottici (Mt 28, 16-20; Mr 16, 14-18; Lc 24, 36-49; Gv 20,1-23) e dagli Atti degli Apostoli come ricorrenti più volte nell'arco dei quaranta giorni (Atti 1, 3.5). Il luogo preferito è quasi sempre la tavola, che rimanda simbolicamente all'eucaristia.
Il dipinto è stato studiato in occasione delle mostre di Roma e Cosenza del 1986. Raffaele Monti ed Elena Mattucci (1986) propendono per un'autografia pretiana completa e collocano l'opera negli ultimi anni maltesi. Vittorio Savona (1987), invece, evidenzia le difficoltà di tale assegnazione, preferendo ipotizzare l'operato di un allievo, un seguace o un imitatore.
Sembra più corretta questa tesi, anche se non è da escludere a priori l'ambito diretto degli ultimi vent'anni dell'attività di Mattia nei quali, come già noto da tempo, egli si avvalse di una folta schiera di collaboratori.
Pur notando le sclerotizzazioni nella figura del Risorto - le ingenuità pittoriche e di disegno sono evidenti - alcune fisionomie di questo dipinto, così come l'uso a vista del fondo rossastro, rientrano nella prassi pretiana di quegli anni. Può anche darsi che il quadro sia stato dipinto su un modello, opera diretta del Cavalier Calabrese. Infatti, alcune tipologie dei visi degli apostoli, nonché la stessa immagine di Cristo presentano forti riscontri con l'Incredulità di San Tommaso del National Museum of Fine Art di La Valletta, dipinta in quello stesso volgere di anni. Si potrebbe dunque immaginare, insistendo pure sulla usuale contiguità dei due temi iconografici, che doveva esistere un'apparizione di Cristo risorto agli apostoli, che facesse pendant all'opera maltese. Cosicché, come avvenuto per l'Incredulità - che venne copiata per l'oratorio di S. Barbara a Taverna - si può supporre una storia analoga per il nostro quadro cosentino.
Secondo una tradizione popolare sorta in epoca tarda, Veronica è la donna che, durante la salita al Calvario, avrebbe asciugato il volto di Gesù, imprimendone così le sembianze nel lino Molte leggende sono sorte attorno a Veronica e in diversi luoghi fu venerata come santa.
L'iconografia la raffigura mentre trattiene fra le mani il lembo di tela con il Volto Santo che per metonimia, prende appunto il nome di veronica.
L'immagine di questo dipinto appare costruita sulla diagonale ed è ripresa da sottinsù.
Molte sono le perplessità che offre l'attribuzione di questa tela a Mattia Preti o alla sua scuola.
Pur volendo seguire nei confronti con altre opere pretiane, le indicazioni di Raffaele Monti e di Elena Mattucci, fornite in occasione della prima presentazione pubblica dell'opera alla mostra cosentina del 1986, questa intensa Veronica segue altre direzioni, per di più meritevoli di approfondimenti, che potrebbero condurre a insospettabili combinazioni, forse anche di origine spagnola.
 


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